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1969

InSenza categoria su 7 giugno 2012 a 20:57

Nel giugno del 1968, quando mia sorella maggiore imparava a camminare, mentre un’altra sorella, ancora in fasce, cominciava a guardare il mondo dalla prospettiva di una culla, a migliaia di chilometri di distanza, veniva ucciso Robert Kennedy. Il bellissimo film “Bobby”, di Emilio Estevez, racconta quei giorni attraverso gli scorci di vita di chi era lì, in quell’hotel in cui avvenne il delitto.

In questi giorni, su molti blog e radio, viene riproposto il discorso sul PIL che Kennedy fece all’Università del Kansas, pochi mesi prima di morire.

Il discorso termina così:  “Eppure il PIL non tiene conto della salute dei nostri ragazzi, la qualità della loro educazione e l’allegria dei loro giochi. Non include la bellezza delle nostre poesie e la solidità dei nostri matrimoni, l’acume dei nostri dibattiti politici o l’integrità dei nostri funzionari pubblici. Non misura né il nostro ingegno né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione per la nostra nazione. Misura tutto, in poche parole, eccetto quello che rende la vita degna di essere vissuta. Ci dice tutto sull’America, eccetto il motivo per cui siamo orgogliosi di essere americani.”

Nel 1968 scoppiava in Europa, la stagione “rivoluzionaria” che, dai movimenti genuini delle Università, sarebbe sfociata in situazioni di estrema violenza. Il bellissimo libro “Spingendo la notte più in là” di Mario Calabresi, racconta quei giorni, da questa parte dell’oceano, in questa penisola a forma di stivale, quando gli assassini uccisero suo padre. E’ un libro pieno di coraggio, di onestà e di sentimento. Il sentimento è l’amore per un padre appena conosciuto e per una madre forte, fiduciosa, capace di affrontare  momenti terribili riuscendo a infondere fiducia e valori ai suoi figli.

Nel 1968 io non ero ancora nata. Sarei arrivata l’anno dopo. Sarei cresciuta in un periodo incredibile: violento e pacifista, intellettuale e operaio, conformista e rivoluzionario, grigio come il fumo delle ciminiere e coloratissimo come la copertina di un album psichedelico. Questa dialettica esasperata, credo che in qualche modo abbia influenzato il mio modo di vedere le cose, spingendomi a cercare sempre un altro punto di vista, una prospettiva diversa, un’idea che confuti la mia stessa idea, rinnegando le certezze granitiche e cercando di trovare la ragione in ogni ragionamento ragionevole.

IL BRANDING…che crea un’atmosfera

Incomunicare su 22 febbraio 2012 a 23:00

Il  branding è un un sistema di valori, ciò che differenzia un’Azienda rispetto alle altre, la sua carta di identità.  Il branding non è fine a se stesso: oggi per molte Aziende, rappresenta un valore economico certo, quantificabile, importante. I consumatori hanno sempre meno tempo o competenza per potere scegliere i prodotti sulla base del loro effettivo valore e trovano quindi più logico o più semplice scegliere i prodotti in base alla marca.

Essere posizionati correttamente come Brand, nella mente del consumatore – che sia un privato o un’altra Azienda poco importa - nel momento dell’acquisto, è un vantaggio competitivo determinante. Il Cliente che si fida del Brand lo prenderà in considerazione in numerose occasioni di acquisto, compreso quando si tratta di categorie merceologiche diverse da quelle per cui il Brand è stato conosciuto, se non addirittura di prodotti assolutamente nuovi.

La fidelizzazione ad un marchio non è un concetto nuovo, vale la pena però riflettere su un punto.

Tempo fa, per esemplificare l’idea di fidelizzazione, utilizzai un brano del Piccolo Principe.  A mia discolpa va detto che ero molto più giovane e ancora il testo non era così inflazionato…o forse lo era, ma io non lo sapevo. Ad ogni modo la citazione era questa:

Tu fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo… la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi faranno nascondere sotto terra. Il tuo mi farà uscire dalla tana, come una musica…

Mi sembrava appropriato associare l’azione di “fidelizzare” a quella di “addomesticare”: l’Azienda, con il suo comportamento, con le sue campagne pubblicitarie, poteva addomesticare il consumatore e far sì che questi avesse bisogno dell’Azienda, tanto quanto l’Azienda aveva bisogno di lui.

Oggi mi piace pensare che il consumatore fedele non sia addomesticato, ma appassionato.

Nell’addomesticare il meccanismo è:  ti abitui a me >> mi conosci  >> si crea  una consuetudine rassicurante  >> accetti di fidarti di me. E’ implicita una condizione di subordinazione di chi è addomesticato verso chi addomestica, anche se è vero, come dice la volpe al principe, che entrambi hanno bisgongo dell’altro.

Nell’appassionare il meccanismo è invece coinvolgente:  ti racconto la mia storia >> suscito in te delle emozioni >>  vorrai leggere un nuovo capitolo di questa storia >> mi cercherai >> vorrai fare parte di questa storia.  Il livello è paritetico, la subordinazione diventa azione.

C’è un altro risvolto importante nel passaggio tra addomesticare e appassionare:  nel primo il legame è basato su un’aspettativa di ricompensa di fronte ad un certo comportamento, nel secondo invece, il legame è basato su stimoli, sensazioni, emozioni che devono costantemente rinnovarsi. 

Dal punto di vista della comunicazione, nel primo caso l’Azienda deve farsi conoscere: una buona campagna pubblicitaria può soddisfare questa esigenza;  nel secondo caso l’Azienda deve coinvolgere il consumatore nel suo sistema di valori, nella sua storia, la comunicazione deve essere integrata, colorata, emozionante, possibilmente multimediale:  il WEB e in particolare i social network possono fare la differenza.

ON SALE

Incomunicare su 31 gennaio 2012 a 23:07

Provate a chiedere in giro: vendere se stessi è un’opzione inaccettabile… o almeno dovrebbe esserlo: dalla nostra cultura democratica sono banditi la mercificazione della vita umana, la schiavitú, lo sfruttamento.

La Libertà è il supremo valore da difendere, anche a costo di… diventare …schiavi.

Deve esserci stato un momento in cui è stata fatta un po’ di confusione ed è passata l’idea che ognuno era  libero e padrone di se stesso, tanto da poter scegliere di barattare anche la dignità, per avere qualcosa in cambio.

Tutti più o meno conoscono la storia del Dottor Faustus, il più noto tra coloro che scelsero la strada del baratto. Nella fattispecie, il famoso dottore cedette la sua anima per avere la Conoscenza. Si tratta di un caso lettrario, finalizzato alla dimstrazione morale: Faust voleva soddisfare la sua cieca ambizione, per farlo, si perdeva in un delirio di onipotenza, precipitava nell’abisso, dove, troppo tardi si pentiva, da cui il dramma.

L’arte, per permettere il compiersi della catarsi, deve spingerci a riflettere: qual è l’errore di Faust? Ovvero, qual è il limite dell’ambizione? Sì perchè è giusto che ogni uomo ambisca a migliorare la sua condizione, è giusto che cerchi la cultura, il sapere, la scienza… ma anche il denaro, il prestigio sociale, il riconoscimento pubblico…o no? Davanti a cosa ci si deve fermare?

Rifletto su quanto sta accadendo in Europa. Il genio di Antonio Ricci porta in scena un cagnolino di nome SPREAD!   Senza più nascondersi dietro a ideologie, i pragmatici Capi di Governo di alcune delle Nazioni più ricche del mondo hanno candidamente confessato che chi comanda davvero è il denaro.

Per certi versi, meglio così: evitiamo inutili incomprensioni… certo, il piccolo romantico rivoluzionario che alberga in molti di noi, fatica ad accettarlo. Insomma pensare che uno Stato – voglio dire un insieme di persone, storia, lingua, arte, aziende, territorio, cultura… – vada in “default” ovvero in crisi perchè un manipolo di impiegati non lo ritiene affidabile, parrebbe una sciocchezza, se non fosse che è la verità.

Ma allora, se è confermato che è “l’argent qui fait la guerre” – con buona pace di chi non sopporta i francesismi – armiamoci e combattiamo la nostra battaglia quotidiana!! Chi siamo noi per opporci alla Realtà?

Ed eccoci pronti, in vetrina su blog, siti, social network, a mostrarci e a mostrare il nostro valore: curriculum, foto, amicizie, raccomandazioni…tutto serve per far scattare il totalizzatore.

Diciamolo: dal pollicione del “mi piace” o dalle stellette, che giudicano il gradimento di un video, un testo, una foto…. al “prezzo giusto” di un profilo on line, il passo è davvero breve!!  … e onestamente non sono nemmeno certa che la cosa mi disturberebbe… lo so, sarebbe una pacchianata, ma viviamo in un contesto in cui il buon gusto è sparito da tempo, quindi abbracciamone allegramente le conseguenze.

Una volta che il mio profilo su linkedin viene prezzato…beh, posso sempre decidere di migliorarlo e aumentare quindi il mio valore, oppure, di quando in quando, di aprire la stagione dei saldi: valgo 100, ma se mi assumete questo mese, mi pagherete solo 90!! 

Forse esagero… ma quando si capisce un gioco, è forte la tentazione di andare fino in fondo.

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